Un esercito dimezzato si è presentato all’ultima spiaggia del Pd e ha scelto Dario Franceschini come capitano della nave al suo ultimo viaggio. I grandi numeri di Veltroni sono stati messi in soffitta e poche centinaia di delegati si sono aggrappati al primo democristiano che dirigerà un partito di sinistra. L’impresa di Franceschini appare disperata. Attorno a lui si è stretta la vecchia nomenklatura dei Ds e della Margherita. Veltroni è stato repentinamente accantonato. Hanno fatto a lui il trattamento-Prodi: elogiato e messo da parte.
Franceschini ha una «mission impossible» davanti a sé. Deve dimostrare che può far risalire il partito da quel misero 23% che gli accreditano i sondaggi. Deve convincere tutti del contrario di tutto. Mi spiego. Deve convincere i veltroniani che è un prosecutore del loro capo, ma deve al tempo stesso prenderne le distanze. Deve rassicurare i dalemiani che il campo si è riaperto e che non saranno risospinti alla periferia del partito. Deve galvanizzare gli ex popolari che con un gruzzolo di voti si trovano a controllare il più forte partito di opposizione. Deve sminare il terreno dalle trappole di Arturo Parisi.
Il discorso di investitura di Franceschini è stato straordinariamente democristiano. Si è liberato di Veltroni parlando di «errori» della stagione precedente, ma dichiarandosi correo. Ha esaltato il partito a vocazione maggioritaria, ma ha parlato di nuove alleanze con l’Udc e quel che resta della sinistra.
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