Disse di essere stata morsa da un cane, però quel cane non si trovava da nessuna parte. Era un taglio profondo e così lo medicammo per bene e, siccome aveva dieci anni, si mise a urlare e a piangere.Più tardi, mentre sedevo sul muretto, gli occhi fissi sulla folla accalcata davanti al campo profughi, mia moglie Carol mi chiese di scendere dalla postazione della mitragliatrice. Disse che a Ellen era venuta la febbre, che non riusciva praticamente a tenere gli occhi aperti e che la ferita le faceva male.Carol disse che a toccarle la fronte quasi ti ustionavi la mano. Aveva ragione. Disfai la medicazione: la ferita era nera. Non assomigliava a un morso di cane. Non che lo fosse mai stata, ma avrei preferito che lo fosse, nonostante non fossimo stati in grado di trovare un solo cane nel campo. Li avevano già mangiati tutti. L’ultimo, con ogni probabilità, lo avevo ammazzato io. Adoravo I cani. Ma la mia famiglia aveva fame.A ogni buon conto, al morso del cane non credevo proprio e ora la ferita era davvero brutta. La sua vera causa la conoscevo e quella semplice idea mi fece star male. Gliela medicai di nuovo, diedi alla ragazzina degli antibiotici che avevamo in casa, la fasciai e uscii. Non dissi a Carol ciò che già pensava.Presi il fucile e mi misi in caccia. Era un campo di notevoli dimensioni, circondato da un alto muro nel quale, peraltro, qualcuno doveva essere riuscito ad aprire una breccia. Raggiunsi il giardino alberato e fiorito in cui alla nostra bambina piaceva giocare.
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